Intervista al dottor Daniele Comba

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin

Salvare il ginocchio piuttosto che sostituirlo: questa la filosofia dell’equipe CO.GI.TO. 

Ne parliamo con il dottor Daniele Comba, specializzatosi presso l’Università degli Studi di Torino in Ortopedia e Traumatologia nel 1982 e in Medicina Fisica e Riabilitazione nel 1992, e da aprile 2018 Responsabile dell’UO Ortopedia 3 dell’Ospedale Koelliker di Torino.

Dottor Comba, qual è l’approccio della vostra equipe alle problematiche del ginocchio?

Il nostro approccio è di tipo conservativo, cioè diretto a mantenere il più possibile l’integrità anatomica e funzionale dell’articolazione del ginocchio dei nostri pazienti, preservando quindi, quando non sono danneggiate, strutture come il menisco, la cartilagine e i legamenti.

Attualmente c’è un po’ la tendenza a vedere la sostituzione articolare come un traguardo per risolvere le patologie del ginocchio; in realtà noi pensiamo che l’obbiettivo principale sia conservare la funzione anatomica delle strutture esistenti. 

Non sempre ci si riesce, ma il nostro approccio è decisamente di tipo conservativo e quindi se ci sono dei legamenti lesionati cerchiamo di ripararli o di sostituirli con trapianti biologici, senza rivolgerci all’artificiale. Dove ci sono delle articolazioni che hanno perso il loro rivestimento cartilagineo proviamo a vedere se è ancora possibile salvare l’articolazione limitando gli interventi “sostitutivi”, ossia quelli che prevedono il rimpiazzo dell’articolazione danneggiata con una artificiale (la protesi). Quando possibile, ci avvaliamo quindi della chirurgia conservativa.

Può spiegarci meglio che cosa si intende con il termine “chirurgia conservativa”?

Chirurgia conservativa significa fondamentalmente cercare di conservare il più possibile le strutture anatomiche del ginocchio, preferendo procedure finalizzate a preservare e a riparare le strutture danneggiate, piuttosto che a sostituirle.

Quindi, per fare qualche esempio, i menischi che sono riparabili devono essere riparati (e non tolti), le ginocchia che hanno una deviazione assiale vanno corrette, la funzione di rotule che si sublussano va corretta senza aspettare di arrivare a quadri irreparabili in cui la sostituzione dell’articolazione diventa l’unica scelta possibile. 

In pratica, quando ci sono delle condizioni che mettono a rischio l’integrità e il futuro delle strutture del ginocchio, cerchiamo di vedere se si può intervenire per preservarle e non aspettare che queste siano totalmente compromesse per poi sostituirle. Si tratta, in sostanza, di una chirurgia finalizzata a conservare le strutture del ginocchio. 

Che cosa comporta questo tipo di approccio a livello operatorio?

A livello operatorio il nostro approccio richiede senza dubbio un maggior sforzo da parte del chirurgo. 

È infatti molto più semplice togliere qualcosa che è già compromesso e sostituirlo con qualcosa di artificiale. E questa sarebbe una soluzione certamente più vantaggiosa per le case produttrici di dispositivi, ma non così rispettosa del paziente stesso. 

Molte volte, infatti, la struttura anatomica naturale che viene rimpiazzata da una artificiale funziona meglio di quella artificiale. Per esemplificare, sarebbe un po’ come buttare via una Ferrari e sostituirla con un’utilitaria; se possibile, ovviamente, è meglio riparare la Ferrari…

Quali sono i vantaggi della chirurgia conservativa per il paziente?

Se si riesce a ripristinare la funzione del ginocchio salvando le strutture anziché togliendole e sostituendole, la funzione dell’articolazione sarà sicuramente superiore. E per il paziente è certamente molto meglio avere il proprio ginocchio con il rivestimento naturale che ha sin dalla nascita, piuttosto che un ginocchio rivestito artificialmente con un materiale metallico o di plastica.

Chiaramente quando non ci sono altre alternative, è evidente che la sostituzione di superfici articolari troppo compromesse e non più salvabili rappresenta la soluzione per il paziente, ma bisognerebbe cercare di non arrivare a questo. 

Il nostro approccio mette in primo piano le esigenze del paziente e la sua vita futura. Non ci possiamo accontentare di un risultato immediato soddisfacente ma poco attento all’evoluzione negli anni successivi. Dobbiamo pensare a qualcosa che duri il più possibile nel tempo e garantisca al paziente una buona qualità di vita per molti anni.

Il paziente e il suo futuro dunque al centro del vostro approccio…

Sì, è proprio così: i nostri pazienti si possono attendere un approccio più orientato al futuro. 

A questo proposito vorrei citare il caso di un paziente che, arrivato in ambulatorio per una visita, racconta l’esperienza di un amico appena operato, a cui è stata tolta la parte di menisco rotta; l’amico sta bene ed è pienamente soddisfatto, ma… I dati scientifici parlano chiaro: avendo tolto il menisco (una struttura un tempo considerata inutile ma che invece è essenziale e possiede una funzione molto importante per il ginocchio), con il tempo l’articolazione andrà incontro a un degrado inevitabile; tra 5 anni quindi quell’amico non sarà più così soddisfatto… 

Per questo motivo, noi consigliamo di salvaguardare il menisco e di riparare le lesioni riparabili, in modo che questa struttura, una volta riparata, possa continuare a svolgere la sua funzione ancora per molti anni. E il futuro del nostro paziente sarà decisamente più roseo rispetto a quello dell’amico senza più menisco.

Per concludere, vorrei precisare che è vero che noi cerchiamo di mettere in atto un approccio conservativo e, se è possibile, evitare di mettere al paziente una protesi preferendo un intervento meno invasivo, ma questo tipo di approccio purtroppo non è sempre applicabile a tutti. Quando è indispensabile, anche noi utilizziamo le protesi; va detto però che anche nell’impianto delle protesi preferiamo un approccio decisamente più conservativo e meno demolitivo di altri colleghi perché, ad esempio, rispettiamo l’allineamento fisiologico del ginocchio. 

Adattiamo quindi la protesi che applichiamo all’anatomia individuale di ogni singola persona: non plasmiamo il ginocchio per poter mettere la protesi, ma al contrario mettiamo la protesi in modo tale che replichi quanto più fedelmente possibile l’articolazione del paziente.